CASA DI BAMBOLA. Finale alternativo di Mapi Alfonsi.
Inventare un esito diverso non significa tradire il testo, ma dimostrare di averne compreso la struttura, i conflitti e la coerenza dei personaggi, immaginando uno sviluppo plausibile in linea con il contesto storico e morale del romanzo.
Casa di bambola è un dramma di Henrik Ibsen, rappresentato per la prima volta nel 1879. Tratta della ricerca dell’indipendenza femminile e della propria identità e per questo motivo sconvolse il pubblico dell’Ottocento. Mapi Alfonsi ne dà una versione ancor più rivolta alla consapevolezza di sé.
Perché questo finale?
Questo finale conserva il messaggio fondamentale di Ibsen — Nora deve conquistare la propria identità e la propria autonomia — ma lo porta in una direzione più vicina alla sensibilità contemporanea.
Nora non rinuncia alla maternità per essere libera, perché maternità e libertà non devono necessariamente essere in contraddizione. Il vero cambiamento consiste nel rifiutare il ruolo di donna sottomessa che le è stato imposto.
Nora non sceglie tra essere madre ed essere donna: sceglie di essere finalmente sé stessa.
E la porta che si chiude non rappresenta più l’abbandono dei figli, ma la chiusura di una vita vissuta secondo le aspettative degli altri e l’apertura verso una nuova vita autonoma.
FINALE DI MAPI ALFONSI
Nora rimase a lungo in silenzio dopo aver ascoltato Torvald. Aveva davanti a sé l’uomo che per anni aveva amato e al quale aveva affidato ogni decisione della propria vita. Ma ora lo guardava con occhi diversi.
«Torvald, ho capito una cosa», disse infine. «Io non sono mai stata veramente tua moglie. Sono stata prima la bambola di mio padre e poi la tua bambola. Ho vissuto secondo quello che gli altri volevano che fossi.»
Torvald cercò di interromperla, ma Nora continuò. «Non voglio più essere la tua bambola. Voglio sapere chi sono, cosa penso e cosa desidero. Ho bisogno di costruire una vita che appartenga anche a me.»
Torvald la guardò incredulo. «E per farlo vuoi abbandonare anche i nostri figli?»
Nora abbassò lo sguardo. Quella era la domanda che più di ogni altra aveva tormentato il suo cuore. «No. Non voglio abbandonarli. Sono loro che mi hanno fatto capire quanto sia importante diventare una persona vera. Non voglio che un giorno mia figlia cresca pensando che per essere una buona madre debba rinunciare a sé stessa. E non voglio che mio figlio impari che una donna deve essere soltanto obbediente per essere amata.»
Torvald rimase in silenzio.
«Non posso continuare a vivere in questa casa come ho fatto fino a oggi», proseguì Nora. «Ma non voglio nemmeno scomparire dalla vita dei miei figli. Voglio essere loro madre senza smettere di essere Nora.» Per la prima volta, Torvald comprese che non avrebbe potuto fermarla con le parole che aveva sempre usato.
Nora non prese una valigia per fuggire. Prese soltanto alcuni libri, pochi vestiti e il denaro che aveva risparmiato con il proprio lavoro.
«Andrò via per un po’», disse. «Voglio lavorare, studiare e imparare a vivere con le mie forze. Ma tornerò a vedere i miei figli. Voglio che sappiano che non li ho lasciati perché non li amo. Al contrario, li amo abbastanza da voler diventare una madre libera e consapevole.»
Torvald le chiese se intendesse tornare da lui. Nora lo guardò a lungo. «Forse un giorno potremo incontrarci di nuovo. Ma soltanto se saremo capaci di guardarci come due persone uguali. Non voglio più essere la tua bambola e tu non devi più essere il padrone della mia vita.»
Nora si avvicinò alla porta. Per un istante si fermò e guardò la casa, quella stessa casa nella quale aveva vissuto come una bambola felice, inconsapevole della propria prigionia. Poi uscì.
La porta si chiuse, ma questa volta non rappresentava la fine della sua famiglia. Rappresentava la fine della vecchia Nora. Fuori da quella casa iniziava la sua vita vera: una vita ancora difficile e incerta, ma finalmente scelta da lei.
E per la prima volta Nora non usciva da una casa per fuggire. Usciva per incontrare sé stessa.
Molte sono le versioni cinematografiche di quest’opera teatrale, a partire dal film muto del 1922 fino alla serie TV del 1986, con Ottavia Piccolo e Gianni Cavina.
Interessante l’interpretazioni di Jane Fonda nel ruolo di Nora nella versione su grande schermo del 1973, diretto da Joseph Losely, del quale riportiamo la versione originale della famosa scena del parco.
Segue la scena finale dell’opera tratta dall’omonimo film di Patrick Garland, con i due grandi interpreti Claire Bloom e Anthony Hopkins.
Maria Pia Alfonsi (Mapi), docente romana in pensione, vive a Tenerife, dove si dedica alla sua passione per la scrittura. E’ autrice di svariati romanzi e poesie, di cui l’ultimo è “Isole Canarie. Tra storia e leggenda”. Per La Penna d’Oca cura le rubriche OLTRE L’ULTIMA PAGINA e MITI E LEGGENDE DALLE CANARIE.